Estratti dal libro...

...la pentola dove nasce l’arcobaleno c’è, ed è piena dicose che non si possono dire...

... Penso che non sia un

caso che, mentre la

lotta per il diritto

al parto sicuro

come segno

di civiltà sia

unanime e

condivisa,

invece il

concetto che la

donna debba

avere fiducia nel

proprio corpo e in se

stessa non abbia mai

trovato un altrettanto

universale megafono.

... Quello che sbagliamo

sempre quando parliamo,

raccontiamodel parto, e che

ci condiziona dal momento in cui capiamo di essere incinta per i successivi nove mesi, è il fatto che si usino le parole “dolore” e “paura” come se fossero sinonimi interscambiabili, come se

descrivessero la medesima cosa.

E siccome le parole fanno le cose, alla fine il parto non è dolore, ma paura. La paura accumulata in tutte

le chiacchiere, i racconti, i pensieri che abbiamo avuto sole o con altre, per nove mesi...

...Se dunque mi dico che voglio raccontare, chiudo gli occhi per prendere il respiro, mi concentro un attimo e cerco le parole, basta questo istante che subito mi ritrovo – ma

li ho riaperti? – in un cerchio di donne. Me lo

immagino come quello del filò,  quando le

nonne stavano sedute nel fienile a

spannocchiare, e tutti lavorando 

chiacchieravano e raccontavano 

storie: ridicole, paurose,

incredibili, esemplari

o indimenticabili...

    Qualcuno mi ha mai detto che

spezzare le porte della paura rende leonesse e invincibili per il futuro?

No, e forse non è un caso. Allora lo

dico io adesso: sei una leonessa 

ferocissima fortissima. E nessuno te lo dice, perché ha paura che tu te ne accorga!

E ho capito quell’urlo. Quell’urlo che sembra di dolore, che lanciano tutte le donne nei film dove qualcuna partorisce; quell’urlo definitivo, assoluto, senza codici né umanità; non un banale urlo; non dolore, non paura. Non è una sola cosa: sono tutte, assieme,

che non ci starebbero ma è

così solamente che

possono

esplodere e

prendere il

sopravvento.

 Urlare, 

come la

porta

della fortezza

che si schianta

all’improvviso

sotto la folla

incontenibile;

come il

guerriero

che si lancia nel

vuoto feroce e

certo, certo solo 

della propria rabbia, 

di se stesso del

vuoto sotto di lui;

certo che vincere

sia buttare tutto, e

prendere tutto al costo 

di tutto. Gettarsi nella voragine, 

e capire in quell’istante che la

voragine non si  supera ma 

si riempie. Si riempie con la decisione di guardarla. E lì, sì che si urla: di tutto ciò che esce ed entra 

nasce ed esplode.

 ...Chiaramente la cassiera non conosceva Mourine,

l’Africa e la forza della Donna-di-un-Milione-d’Anni che sta dentro una mamma.

...Per me l’aiuto più forte nel capire quale poteva essere la mia via, è stato il silenzio di due donne. Quello di Paola e quello di Maria, le due ostetriche che mi hanno seguito. E che mi hanno solo ascoltato e dato spazio. Le ho in mente sedute davanti a me, in silenzio. Mi hanno fatto pensare che ci fosse qualcosa a cui pensare, di avere una voce: e che se loro si aspettavano di sentirla, allora forse dovevo per prima ascoltarla anche io...

...non esistono le mamme come categoria, esistono le persone e i loro vissuti. Esistono condizioni: favorevoli, sfavorevoli, punitive, premianti, drammatiche, privilegiate, positive, negative, volute, subìte, consapevoli, inconsapevoli, generalizzate, individuali. Esistono risorse personali e di contesto, acquisite o ereditate, diverse per tutti. E una rete di relazioni: sane, malate,che ci sostengono o ci affossano, costruttive o esasperate. E motivazioni: vere, finte, confessate o nascoste,consapevoli e non.

...Perché ascoltare gli altri e non noi stesse? Perché infilarsi nella corrente senza una direzione propria, che non sia necessariamente quella del fiume? Spesso, quando si pensa che qualcuno sia rimasto indietro, in una di quelle piccole anse lungo la riva nelle qualii rametti e le foglie sembrano girare e rigirare a vuoto, si crede che si trovino in un punto morto, che abbiano perso, siano caduti fuori. È sbagliato. Tirarsi fuori dal flusso è sempre un’occasione per sentire e sentirsi. E magari trovare qualcosa...

...Soffrivo un sacco, ma non di dolore: di disperazione! Piangevo, e dicevo: «Non ce la faccio,non ce la faccio. Voglio che sia già domani, voglio essere già tutti e tre nel lettone». Ero esaurita e impaurita: Annalisa mi imboccava con del miele. Eravamo a un punto morto.

O a un punto normale, necessario; ma io, occidentale fin nel midollo, a vedermi così impaurita e senza risultati , già mi sentivo perdente e fallita. Che categorie inutili! Che approccio sbagliato!

Che negazione di tutto quanto ci lavora dentro, e ci ferma per provarci, e ha bisogno di maturare coi suoi tempi.

Prima delle grandi cose c’è sempre, questo attimo di silenzio. Questo respiro che si prende, prima del salto.

Perché il percorso che porta auna nascita in casa non è solo pratico ed esperienziale, ma anche di condivisione e costruzione del sé, con donne importanti; le prime e le sole che hanno osato spiegarmi come nella nascita noi siamo epicentro naturalmente sapiente; di come la fiducia debba dimorare in primis in noi, nel corpo e nella natura. La medicina questo ce lo conferma e interviene solo quando è necessario.

... Due immagini. Un pugile, massaggiato e caricato dai propri allenatori, tra le urla dei fan, avanza verso il ring, carico, soffiando, tirando destri e sinistri elettrici nell’aria, nell’ola della folla, verso la vittoria del titolo pesi massimi. E un bimbo, pieno di paura perché sa che non gli hanno detto tutto, che va per la prima volta a sedersi sulla poltrona del dentista, col finto sorriso dell’infermiera e il medico ammiccante; totalmente sfiduciato di se stesso, si guarda attorno sperando che qualcuno lo salvi.

Quale delle due secondo la vostra esperienza corrisponde maggiormente a quella della donna in gravidanza che si prepara al parto?

...Se penso alle statue delle Dee Madri del Neolitico, grandi seni, grandi cosce, grandi natiche o ricchi copricapo, serpenti nelle mani, spirali e decorazioni, mi viene da pensare che forse solo le antiche civiltà siano riuscite a vivere questa immagine, esprimerla e rappresentarla nella sua piena potenza e senso, senza doverne addomesticare attributi e valore. Gli ultimi duemilacinquecentoanni di civiltà invece ne hanno avuto paura e ne sono stati tritati. Per poterla accettare ne hanno imposto il passaggio alla rovescia attraverso la cabina di Superman, quella all’angolo della strada: perché la Dea dai Serpenti nelle Mani – Grandi Seni –Grande Ventre – Grandi Natiche, vi si trasfigurasse e dematerializzasse, uscendone eterea, spirituale e avvolta dal rassicurante e umile mantello blu della Madonna...

... (Il parto) non è una punizione divina, non è un’orribile punizione divina: è un trampolino, è un nastro da tagliare col petto e le energie a perdifiato, è la porta; ... Ed è solo tuo, tuo, tuo e di nessun altro, perché dentro ci sei tu, e la creatura.

... Nella Natività cristiana si celebra solo Dio e il suo potere: anzi, si scippa un momento tutto femminile per donarlo a un Dio maschio, che tiene a specificare di essere Padre e Figlio; al limite Spirito Santo. Ma madre no, mai. Non per una religione che doveva varare i propri miti fondanti passando con la chiglia sopra i poteri e i misteri del femminile.

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